l'arte del primo 900: il DIVISIONISMO

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Boccioni e il divisionismo

Rovigo -

 Il Divisionismo ossia dipingere dividendo  lo schermo della luce

creando con i colori una sinfonia di lembi frastagliati di luce. Così

a Rovigo il 24 febbraio 2012 a palazzo Roverella, affollato di giornalisti di tutte le testate, si è

aperta la mostra sul "Divisionismo" che porta

un sottotitolo significativo " La luce del moderno".

Quello che i francesi avevano chiamato puntinismo fatto di punti e barrette colorate,

gli italiani, in un ponte artistico "toscano - lombardo",

facente capo alla figura straordinaria di Grubicy,

sono riusciti a inaugurare una nuova tecnica pittorica.

Gli artisti che splendono nelle sale della mostra sono noti cosicchè

la mostra di Rovigo può essere annoverata tra i veri avvenimenti culturali a livello nazionale.

Ecco allora i Segantini, i Grubicy,

i Fornara, i Longoni, i Previati,

i Pelizza da Volpedo, Boccioni, Balla

trasformare davanti ai nostri occhi lembi,

frammenti di luce, che a volte si accostano

e a volte si sovrappongono, immagini di paesaggio,

ritratti dolcissimi, scene di vita.

E' questo lo spirito del divisionismo

nell'adottare questa nuova tecnica pittorica

della luce: quello di rappresentare l'intimità, la gioia,

la tristezza della vita nelle sue varie fasi, fino alla vecchiaia

o scene di vita sociale, come il ragazzo affamato

che guarda una tavola imbandita, o i raccoglitori di patate,

o la fiera paesana tra la madre terra e uno stuolo di lucciole

nella notte. Alla mostra di Rovigo, con più di 100 opere,

va il merito di avere portato alla luce, forse unica

nel suo genere, una stagione dell'arte e

della vita italiana tra il 1890 e il 192

che nessuno fin'ora aveva valorizzato

con tale intensità. La mostra si divide

n dieci settori. Il primo che ha come titolo

"La polifonia della natura". La seconda sezione

è dedicata all'innovazione tecnica: archetipi

di paesaggio. La terza sezione parla con le ore

del giorno e la melodia delle stagioni.

La quarta sezione dal titolo " Divisionismi sulla costa"

ci fa ammirare lo studio del mare. La quinta parla

di un divisionismo ideologico del lavoro e dei

conquistatori del sole. La sesta sezione,

una delle più belle, è quella dei ritratti con l'icona

della mostra "Ritratto all'aperto" di Balla.

La settima sala: miti e simbologie, ove si respira

già la decadenza del movimento nel simbolismo.

L'ottava con i nudi sfumati evanescenti della svolta erotica.

La nona e la decima sezione sono affidate alla tematic

a dell'incipiente Futurismo con una "esasperazione e

ultima vibrazione della luce" di Carlo Carrà e Gino Severini.

Rovigo - In un teatro Sociale affollato di persone

provenienti dalla città e dalla provincia di Rovigo

si è inaugurata la mostra allestita

a palazzo Roverella sul "Divisionismo.

La luce del moderno".

Ospite d’onore della serata inaugurale del 24 febbraio

è stato il critico d’arte Philippe Daverio.

Tutti aspettavano la sua parola per capire meglio

l’alfabeto artistico che presiede alla tecnica artistica

divisionista così raffinata e sconosciuta alla maggior

parte dell'opinione pubblica. L’intervento completava

la carellata di voci succedutesi a magnificare l'evento e

non ha deluso le aspettative. Prima di lui Giovanni Bazoli

(foto a lato) presidente di Intesa san Paolo che

Antonio Finotti presidente della Cassa di Risparmio

di Padova e Rovigo, hanno spiegato la filosofia

di una fondazione bancaria, come in questo caso

la Cariparo, che promuove il fare cultura.

“L’investimento di capitali in un avvenimento

culturale non è una perdita, ma un guardare oltre.

L'istituto bancario, non è uno sterile accumulo di denaro,

come si è soliti pensare o criminalizzare in un periodo

di crisi, ma si propone di rivitalizzare una terra e

un popolo attraverso le rimesse che gli provengono

da investimenti o da interessi per sponsorizzazione

un evento di questo culturale di questo tipo,

apparentemente inutile alla logica dell’interesse

immediato capitalistico. Elevare il gusto di un

popolo appartiene al nostro "interesse"".

Col suo solito affabulare familiare, almeno per chi

conosce Daverio dalle trasmissioni televisive fatto

di ricordi personali, di studi accurati e

di competenze acquisite sul campo,

il critico d'arte ha tracciato un profilo storico

del movimento divisionista erede a suo giudizio della “Scapigliatura” milanese.

Il movimento divisionista però interessò la Toscana, il Piemonte

con Segantini, il Trentino, e con Nomellini la Liguria e Genova in particolare.

Dopo la proclamazione dell’unità d’Italia, dopo gli entusiasmi e

i sogni coltivati dai padri fondatori, dopo la “Breccia di Porta Pia”

ci si affacciava su una sorta di vuoto. Un vuoto che turbava le coscienze.

Chi avrebbe riempito di contenuti una nazione così rigenerata?

La realtà era diversa da quella che si era fantasticato per tanti anni!

I cenacoli artistici, letterari filosofici dell’epoca ne sentirono


 

il contraccolpo.

Si manifestavano d’improvviso tutte le crepe

della disomogeneità di un popolo fatto in realtà

di "popoli diversi", cui si aggiungeva la grave crisi sociale

economica di sradicamento: la fuga dalle campagne alle città.

Da questo entroterra nacque a Milano il cenacolo di artisti

che adottò altra maniera di concepire il reale, un’altra

tecnica di stendere il colore e di interpretare la realtà

delle campagne che si svuotavano e delle città che si riempivano.

Ma non avrebbero più dipinto per il mercato che li rifiutava,

avrebbero dipinto per se stessi, per soddisfare il proprio

gusto artistico, liberi perciò di provocare i benpensanti

e di contrastare una borghesia tronfia dei propri successi nazionali

e ignara delle sacche di povertà che aveva alimentato con la sua

folle corsa al successo. I colori nella stesura dovevano

seguire queste scelte radicali, non sarebbero stati

più mescolati ma sarebbero stati stesi a strisce l’uno

accanto all’altro, lasciando all’occhio dell’osservatore

di ricomporli e anche di contrapporli per gustare

le sensazioni nuove della luce. Affidavano ai colori

così stesi la potenzialità nascosta di esprimere

nuove passionalità, nuove emozioni.

Ne risultò una pittura di luce e di colore,

pittura di emozioni e di passioni, pittura

di paesaggi dell'anima, pittura di volti e figure,

pittura di esterni di fabbriche e di piazze,

pittura di raccolti nella campagna toscana o lombarda,

o di monti digradanti con pecore al pascolo o

di mucche alla stanga come in Segantini.

Furono Vittore e Alberto Grubicy, mercanti d'arte,

a intuire le prospettive di futuro e a offrire ai pittori “nuovi”

quei mezzi e quei materiali necessari per continuare nella loro attività,

vantando però nei loro confronti l’esclusiva delle loro opere e la libertà di imporle sui mercati d'asta,

essendo i Grubicy curatori di esposizioni artistiche in Italia e in Europa.

Ma fu per molto tempo un’arte in perdita,

così che non riusciva a collocarsi sul mercato.

Daverio racconta a proposito alcune sue esperienze di acquisti e investimenti personali realizzati con quadri rifiutati da tutti, e che poi a una rivendita, di solito sul mercato straniero, sono stati stimati con cifre da capogiro, a significare la nevrosi e la inattendibilità del mercato. A quel tempo questi quadri erano improponibili al pubblico e alle rassegne d’asta soprattutto italiane. Oggi questi artisti sono alla page e cercati dalle collezioni di tutto il mondo. L’ultimo passaggio l’oratore l’ha riservato all'adesione di questi artisti al radicalismo politico e sociale del tempo. “Guardate l’immagine energica e orgogliosa del proletariato urbano come è presentata da Nomellini in “Diana del lavoro”:

il taglio fotografico della figura e la folla preludono i grandi quadri di Pelizza da Volpedo!

Mai forse la pittura sociale raggiunse

come in questi autori le sue massime potenzialità espressive.

E tutto questo fu coltivato dall’arte italiana, e solo arte italiana sottolineò l'oratore.

Strano popolo il nostro che ha bisogno di “

staffilate” e di provocazioni per credere nelle sue enormi potenzialità di progresso e di rinascita.

Queste qualità meravigliose vengono a noi dalla tradizione.

Gli artisti, che vedrete nella mostra,

ci ricordano questa tradizione, che senza soluzione di continuità viene dal Rinascimento

ad oggi con la stessa energia innovativa. L’ultima fase della mostra ci porta alla “secessione” romana

con Balla, Severini, Boccioni,

ultimi bagliori di una vicenda artistica che darà luogo al Futurismo.

Altra grande storia artistica tutta italiana. Così

ha concluso Daverio

il suo intervento manifestando la sua simpatia

per l’arte tutta italiana. Carlo Folchini 28 febbraio 2012